Il tema dell’emigrazione nell’ultimo decennio si è sempre più caratterizzato come un tema a carattere planetario, risultato di profonde differenze economiche, sociali ed ambientali presenti nelle varie parti del mondo. Direi che non è più un fenomeno emergenziale, se non per l’impreparazione ad affrontarlo, bensì strutturale che in modo asimmetrico colpisce i territori ad elevato sviluppo economico e quelli colpiti da guerre, carestie, dittature e persecuzioni razziali e religiose.
Questo fenomeno, che presenta caratteri conflittuali tra chi ricerca condizioni di vita più dignitose e sicure e chi teme di perdere condizioni di benessere, deve essere affrontato per quello che è nella sua complessità ridefinendo processi di convivenza e culturali. Non esistono soluzioni univoche, scorciatoie, parole d’ordine, ma prassi da reinventare sulla scorta del quadro dei diritti umani di cui l’Occidente si è fatto paladino.

Tale “conflitto” va affrontato pensando ed agendo con il coinvolgimento di tutti i livelli Istituzionali, nazionali ed internazionali, e locali nelle comunità locali dove migranti e rifugiati arrivano.

Il carattere globale del fenomeno “migrazione” ha trovato una prima risposta, almeno di principio, con la “dichiarazione di New York per i rifugiati ed i migranti del 19 settembre 2019. L’utilità di tale Dichiarazione non si tradurrà in azioni concrete, non essendo vincolante per i 193 Paesi sottoscrittori, ma permette di di avviare un articolato processo internazionale di confronti e dialoghi per affrontare le questioni di migranti e approvato.

Gli indirizzi operativi che si possono cogliere dalla “Dichiarazione” sono sul piano dei principi:

  • La consapevolezza di distinguere iniziative regolatorie differenziate tre migranti e rifugiati;
  • Le migrazioni internazionali sono fenomeni multidimensionali e trasversali che richiedono approcci e soluzioni globali, integrate, e coerenti;
  • Rafforzare il collegamento tra la questione delle migrazioni e la promozione dello sviluppo e superare le molte forme di discriminazione;
  • Ricercare la cooperazione internazionale per assicurare migrazioni sicure, ordinate e regolari affrontando i seguenti ambiti:
    • Diritti umani dei migranti e lotta a tutte le forme di discriminazione;
    • Contrasto alle cause delle migrazioni quali cambiamenti climatici, disastri naturali ed eventi bellici;
    • Promuovere forme di cooperazione per una governance internazionale dei flussi migratori;
    • Contributo dei migranti ad uno sviluppo sostenibile, il tema delle rimesse di chi trova occupazione e sostiene le famiglie nei luoghi di origine;
    • Tratta, schiavitù e lavoro forzato anche nei paesi di arrivo;
    • Migrazioni irregolari e percorsi di regolarizzazione: migrazioni sicure, ordinate e regolari.

Si tratta di principi che devono trovare attuazione concreta sia a livello statuale che locale con azioni che non partano dall’alimentare le paure che il “conflitto” genera, ma nel dare soluzioni concrete e graduali a questo fenomeno.
L’azione del nostro Governo ha permesso sul piano internazionale non solo di ridurre il flusso migratorio, ma di aprire un dialogo un dialogo con gli Stati da cui partono o transitano i migranti. Dialogo che si sta allargando sia a livello europeo che a quello dei paesi africani. Si tratta con i rappresentanti degli Stati che ci sono senza far finta di nascondersi dietro falsi perbenismi o ipocrite purezze d’animo. 

Sul piano locale Veneto assistiamo a comportamenti differenziati frutto di approcci culturali e politici diversi. In particolare le scelte dei comuni leghisti di rifiutare forme di redistribuzione dei migranti tende ad acuire il fenomeno costringendo i Prefetti a scelte d’imperio non sempre adeguate. Penso al caso di Cona che vorrei porre a confronto con la politica di collaborazione e consapevolezza adottata dal Comune di San Donà di Piave in particolare sul tema Sprar, sul coinvolgimento delle associazioni, sull’impiego in lavori complementari e di interesse pubblico .

Le Istituzioni devono tra loro integrarsi e non porsi in contrapposizione e questo vale per lo Stato che per gli enti locali. Soluzioni unilaterali possono illudere di aver dato una soluzione al problema, ma non essendo tale dopo poco si ripropone peggio di prima: ripeto Cona ne è un evidente esempio per tutti.

Questo dialogo vale anche ed in particolare a livello delle singole Comunità dove è possibile attuare un processo di ascolto e di confronto tra l’esperienza vissuta dai migranti e quella di chi gli accoglie, senza buonismi e consapevoli dei vincoli di costume, diritto e sensibilità religiose che devono integrarsi.
I poveri ed i bisognosi di aiuto sono i migranti e non ed un loro ascolto può rompere barriere che faticano ad accettare l’accoglienza che deve simmetrica e non unilaterale: ti aiuto ma a modo mio e solo alle mie condizioni! I poveri possono spiegarci qualche cosa su come vedono l’accoglienza.L’ascolto dovrà favorire l’adozione di iniziative concrete quali quelle proposte dalla Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale che ha declinato le linee strategiche espresse da Papa Francesco con i quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare.

Credo si possa affermare l’esigenza di un “Nuovo Patto sociale” che coinvolga in modo equilibrato Comunità locali, Regionali, nazionali ed internazionali per un rinnovamento culturale che innanzitutto si sforzi di condividere soluzioni integrali per il governo di un fenomeno non più emergenziale, bensì strutturale ed organico all’attuale fase di sviluppo asimmetrico dell’economia mondiale.

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